Ci sono momenti dell’anno sportivo in cui, molti genitori fanno le “dovute valutazioni” su ciò che i propri figli hanno appreso fino a quel momento, su quanto siano cresciuti calcisticamente, su quante volte in partita sono stati utilizzati nel ruolo giusto (secondo la lettura del genitore in questione, ovviamente).

Tutto ciò accade se si guarda lo sport praticato da bambini/e e adolescenti come una smaniosa corsa al risultato.

Secondo questa prospettiva l’anno sportivo trascorso si valuta in virtù del numero delle vittorie e dellesconfitte subite; per i più grandicelli che praticano il calcio nel settore agonistico si fa la conta dei minuti giocati, delle quante attenzioni sono state ricevute da parte del mister e di quante volte il proprio figlio abbia giocato nel ruolo giusto.

Così, di fronte a certe titubanze provocate da successi disattesi, si va alla ricerca di un’altra società speranzosi che il talento del proprio figlio o figlia possa brillare di più.

Badate bene, non sto facendo una critica a chi fa così, sto soltanto descrivendo un comportamento a cui assisto frequentemente da parte di alcune mamme e papà con la speranza che chi sta leggendo e ci si riconosce magari si ferma a riflettere un attimo in più.

Riguardo al mio parere di psicologa dello sport, che nasce dal tentativo di mettermi dalla parte dei giovani atleti e atlete sempre, tutto ciò mi conduce a porci questa domanda:

Siamo sicuri che i diretti interessati, cioè i giovani atleti, rincorrano proprio questi obiettivi?

Si chiama empatia la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, una capacità che dovrebbe guidare i genitori in qualsiasi momento. Se si è empatici, ciò che guida verso la cosa giusta da fare consiste nell’entrare in sintonia con la visione dello sport dei bambini, degli adolescenti. In entrambe i casi, secondo voi, c’è davvero il desiderio di migrare in un’altra società (a volte ogni inizio anno sportivo se ne prova una) alla ricerca di affermazione?

I bambini vivono nell’immediato, gli adolescenti nel conflitto.

L’impegno operoso di crescere li porta a ricercare delle sicurezze, dei luoghi e delle amicizie sempre uguali che facciano da corollario rassicurante a un corpo che cambia e si trasforma analogamente a un’identità in via di costruzione.

Morale della favola: la richiesta del nulla osta obiettivamente chi l’ha decisa?

Perché tale iniziativa se nasce dalle necessità di un giovane atleta è giustificata dall’insofferenza o dalla demotivazione che può causare un mister sgarbato, o dalle docce sempre fredde, oppure da allenamenti noiosi…


Qui lo trovi su Amazon


🔸A questo punto vale solo farsi una domanda: cambiando società si è valutato il rischio di una disillusione?

Perché se si illude un giovane atleta che cambiando avrà più spazio per affermarsi e poi invece le cose si ripresentano allo stesso modo o anche peggio, il rischio grande è che in tal modo si preparino le condizioni per un abbandono precoce dello sport. E questo poi sarebbe una sconfitta per tutti.

Lascia un commento